Perché Zoomer?

scritto da Graziella Brusa

Ritratto di Domenico Laghezza

Vi presento Jarka, è una zoomer!

Non è una parolaccia, ma un vocabolo coniato per descrivere le persone che sono nate dalla fine degli anni ‘ 90 e la fine degli anni 2000.

Jarka è un diminutivo il suo vero nome è Jaroslava, è nata in Romania, ma sua madre Maria, appartiene alla comunità slovacca di religione cattolica, un gruppo etnico minoritario riconosciuto, con una rappresentanza in governo. Di fatto Jarka non conosce la lingua romena e da quando abita in Italia parla prevalentemente l’italiano.

Jarka è diventata cittadina italiana.

«Quasi mi sono scordata la lingua slovacca. Non sono più abituata a parlarla» mi dice, guardandomi con quelli occhi azzurro ghiaccio.

Ha 21 anni ed è alta un metro e settantacinque, bionda e con un fisico statuario. Porta gli occhiali che la fanno troppo seria.

In realtà, secondo me, lo è per una ragazza della sua età.

Glielo dico e mi risponde:«Guarda che anche io scherzo qualche volta!».

Ridiamo.

Ma cosa vuol dire Zoomer?

Gli Zoomer sono chiamati anche Generazione Z, Centennials, oppure Homeland generation, secondo William Strauss o Neil Howe.

Sono nati dopo l’attacco alle Torri gemelle e si pensava che questo li avesse segnati molto, tanto da indurli a starsene a casa buoni buoni. In effetti, oltre all’evento citato sopra anche la crisi economica ha contraddistinto le loro esistenze, tuttavia sono i primi nativi digitali e sanno utilizzare le informazioni.

L’uso dello smartphone per loro è imprescindibile come lo sono i social, nel bene e nel male.

Più di ogni altra generazione sentono la necessità di costruirsi una vita più a loro misura, senza badare troppo all’accumulo di denaro come invece fece la generazione dei boomer.

Notate il gioco di parole!

Sanno che occorre prestare attenzione all’aspetto economico e finanziario, sono più responsabili e meno spericolati.

Vivono su Internet, usano più supporti, fanno più cose contemporaneamente.

Guardano le immagini e hanno un’attenzione bassissima, circa 8 minuti.

Ma Jarka, una rappresentante di questa generazione, non rientra proprio in questo identikit che spopola, ovviamente su Internet.

Le sfumature possono essere molte e non tutte riescono ad essere catturate da categorie, schemi, indagini di mercato.

E meno male, dico io!

Siamo seduti ad un tavolo di un bar di Torino, tra chiasso e chiacchiere, e chiedo a questa vichinga:

«Tu come usi la Rete?»

Con occhi freddi mi risponde:« Internet dà tante possibilità. Occorre essere intelligenti e coglierle, ormai tutta l’Umanità usa la Rete, ma sembra che la connessione digitale sia divenuta un mezzo per i fini commerciali di poche persone, quindi senza rendercene conto noi non sfruttiamo sempre a nostro vantaggio certi strumenti, ma siamo noi stessi risorsa per le piattaforme online. Purtroppo manca l’educazione, siamo impattati contro Internet come ci si può impattare contro un asteroide. Quando avevo solo dieci anni non tutti possedevano una connessione internet ed un PC. Dovevi andare in luoghi specifici, ti ricordi? Adesso ognuno sul proprio smartphone ha un abbonamento, di conseguenza sei immerso perennemente nella Rete. Io ci facevo le prime ricerche di scuola, ma mia sorella ormai ha tutto digitale, dai piani scolastici, alle ricerche, alle presentazioni, agli audiovisivi. La sua quasi totale identità. La pandemia stessa ci ha portato di più in questo Universo Parallelo.Roberta perde tantissimo tempo per cercare di utilizzarla e mio padre si arrabbia perché non si studia. Gli strumenti non sono così facili. Poi conversare e socializzare con Zoom o Meet o altre piattaforme è molto strano. Ho avuto esperienza di questo e non vedendo le persone in faccia chiedevo sempre dei feedback.

Ehi…ci siete? Mi sentite?

Non c’è contatto fisico, si perde completamente la comunicazione attraverso i movimenti del corpo, le espressioni. Il linguaggio fisico scompare, quasi quasi non c’è più bisogno di esserci. Risolvi tutto con un avatar.

Lo ritengo spaventoso!

Dove si vuole arrivare?

La tecnologia è prerogativa dell’essere umano. Non ci avvaliamo più solamente della forza. L’essere umano si avvale di strumenti che egli stesso inventa. L’intelligenza lo differenzia, ma per raggiungere cosa? Quali sono i limiti? Quale il fine ultimo?

L’immortalità è il fine? Non è illusione o superbia?

Gli antichi l’avrebbero chiamata “hybris”. Termine che indica tracotanza, quell’atteggiamento presuntuoso che vuol sfidare ciò che è superiore e che trascende gli stessi limiti umani. L’uomo moderno, “ l’homo tecnologicus “ possiede in sé il cosiddetto delirio di onnipotenza, si sente Prometeo, dimenticandosi delle responsabilità morali ed etiche che incombono su di lui.

Ci vuole un approccio più etico alla tecnologia, se no, di questo passo no so che fine faremo.»

La ascolto e penso che lei è figlia di un Ingegnere Elettronico, più tecnologico di così!

Ebbene avendo un padre che inventa e costruisce la tecnologia lei studia giurisprudenza e mi cita gli Antichi. Dicono che l’ambiente familiare influenzi la vita dei figli, tuttavia…

Jarka, mentre stiamo pranzando con un cous cous vegetariano, aggiunge:

«Le ragazze giovani non portano avanti nessuna battaglia per l’emancipazione. Si parla tanto, ma sono solo bla bla, per dirla alla Greta. I Social hanno dato spazio proprio ad un inversione di tendenza, si noti quante di noi mostrino il loro fisico e nelle foto sporgono sempre le labbra per baciare chiunque. Le quote rosa sono una stupidaggine e proprio per questo loro esistere mostra la non parità. Le donne sui social sono utilizzate e diventano personaggi per attrarre altre donne che non hanno più riferimenti.

Ecco, mancano i riferimenti, quelli veri, quelli importanti. Non quelli costruiti a puntino.

Gli influencer possono rappresentare una sorta di riscatto per tutte quelle persone che hanno una vita anonima, poco gratificante; li seguono perché hanno vite magnifiche, di esempio, sono testimonial di una nuova era.

Attraverso il loro quotidiano illuminano la vita del popolo, soprattutto femminile, ai quali il loro messaggio è rivolto. Fanno da riferimento, modello.

Io non seguo, ad esempio, Chiara Ferragni, per me è un modello sbagliato, ma che seguito ha!

Secondo me “La Ferragni” non porta con sé l’immagine di una donna emancipata, rappresenta solo una modalità sofisticata e molto popolare di vendere prodotti.

Ma nessuno si sveglia!

Ad esempio prendiamo Freeda, una pagina che ha preso il nome dell’artista. Dunque io proprio non la sopporto questa pagina perché è stato creata solo a scopo commerciale.

Io utilizzo Instagram e Facebook e basta.

Ho provato TIK TOK per capire come funzionava, ma non mi piace per niente.

Si dice che su Facebook ci stia gente con più di trent’anni, mentre su instagram sono più giovani.

L’utilizzo dei due social mi sembra diverso: su Facebook puoi pubblicare dei post lunghissimi e non solo immagini.

Io pubblico post abbastanza lunghi.

Su Instagram filtri le persone solo in base all’immagine.

Mio padre è sempre stato contrario all’uso dei social soprattutto perché ritiene che sui social si lascino troppi dati personali, ma io ho risposto che si possono incontrate molte persone interessanti. Infatti ho conosciuto persone più vicino a me, ai miei gusti, ai miei interessi che non nella vita reale. Non so se sia del tutto positivo.

Poi, ad esempio, con FB, dopo un po’, c’è la voglia di incontrarsi tra anonimi.

Ad esempio il mio fidanzato l’ho incontrato proprio lì.

Ho degli amici in carne ed ossa naturalmente, li incontro a scuola, sul lavoro e con i social ampi lo spettro di conoscenze.

Molti di questi amici sono più grandi di me e non ci trovo nulla di male, forse perché mi trovo meglio, c’è più affinità di pensiero.

La verità è che non so stare con tutti dipende da chi ho di fronte. »

Penso che effettivamente si chiamano social media mica per niente. Anch’io, che sono una boomer, ho dei profili social. Facebook il precursore di tutti, poi Instagram, da poco ho anche Pinterest e Twitter. Infine ho addirittura un blog.

Come uso io la Rete? Faccio ricerche, faccio domande. Mi informo, imparo. Faccio corsi su Meet, tengo corsi. La uso per muovermi, la uso per leggere libri, ho l’Home Banking, conservo immagini, ricordi. Effettivamente se me la togliessero improvvisamente come mi comporterei?

E tu?

In questa epoca instabile, frammentata, senza ideali e senza riferimenti, se di colpo la Rete non funzionasse?

La Rete stessa è diventata “il riferimento”.

Mai come ora la Mente Umana è diventata globale. Mai come ora l’Intelligenza è diventata globale. Mai come ora il dire siamo tutti Uno è vero.

Ma se di colpo si spegnesse tutto?

Ormai quasi tutto di noi è conservato digitalmente.

Può succedere.

Jarka, ritratta da Domenico Laghezza

Jarka mi richiama alla realtà, al qui e ora e continua:

«Il mio fidanzato non abita a Torino, ma c’è da notare che i miei fidanzati non sono mai stati di Torino. Mia mamma mi rimprovera sempre di questo. Ci vediamo poco e pertanto ho più spazio per fare le mie cose e poi magari non frequentandoci tanto si vive più intensamente l’incontro, non pensi?

Da poco vivo da sola in un piccolo appartamento a Torino.

Frequentando l’università, che per me è anarchia assoluta, non ho mai trovato un gruppo di ragazzi a me affini, purtroppo ho sempre avuto questa difficoltà.»

Alla sua età anch’io pensavo prevalentemente a studiare, non mi passava assolutamente per la testa di voler mettere su famiglia ed ero una mosca bianca tra i miei coetanei. Quello che mi importava era conquistare la mia indipendenza economica.

Incuriosita dalla sua definizione di Università anarchica le domando: «Come ti trovi all’Università?»

Lei mi fissa e scuotendo la testa risponde che: «La cosa più difficile è capire come dare l’esame. L’esame dipende nel 50% dallo studio e nel rimanente da altri fattori: fortuna, conoscere le domande abituali del Professore, farsi riconoscere ai suoi corsi come una che lo segue.

Essere al terzo anno di università e guardare indietro agli anni di liceo mi rendo conto di come il tempo sia volato. C’è un abisso, io sono molto cambiata.»

Per me era lo stesso, è sempre stato così, almeno frequentando le Facoltà italiane. Conta molto la fortuna ed anche altre cose che non centrano niente con il merito. Ma questa è l’Italia!

«Ma come conti di proseguire con la Specialistica?»

«Ho escluso il ramo penalista anche se io sono sempre stata ammiratrice delle Forza dell’Ordine, tuttavia non mi piace l’idea di difendere un imputato che ha commesso un grave delitto.

A me piace più il ramo civile per la concretezza dei casi, perché investe la vita di ogni cittadino. Ho scelto proprio giurisprudenza dal momento che il diritto comprende tutti gli ambiti della vita, anche se i miei genitori avrebbero voluto che seguissi altri corsi.

Inoltre faccio parte di un Think Thank che si chiama Nazione Futura, una associazione pre-politica che ha l’obiettivo di favorire il dibattito politico-culturale e si struttura anche attraverso una casa editrice, la quale ha di recente pubblicato un libro intitolato “ Ritrovare Torino “ dove in un capitolo viene riportato anche un mio scritto.

Ritrovare Torino, Editore Giubilei Regnani

Sono abbastanza orgogliosa di questo perché ho iniziato questo percorso all’interno del circolo quando avevo diciotto anni. Il tutto è partito da un convegno a cui avevo assistito, poi ci si incontrava per discutere in uno studio di avvocati, allora eravamo ancora in pochi ora siamo cresciuti. Il vicepresidente dell’associazione, Ferrante de Benedictis, si è anche candidato come consigliere alle elezioni comunali di Torino.

Adesso, ad elezioni avvenute possiamo organizzare eventi, fare ricerca, proseguire con l’attività della scuola di formazione politica con due professori ormai in pensione, Marcello Croce e Aldo Rizzo e poi l’avvocato Galasso. L’idea è di fare una scuola di formazione partendo dallo studio della storia, dei pensieri filosofici collegandoli all’attualità ai problemi concreti. »

«Cosa ne pensi di questo movimento di giovani che protestano contro la generazione dei Boomer?»

«Ora i giovani protestano ed accusano la generazione precedente, quella dei baby boomer, di non essersi presi cura del loro futuro, guastando la terra per il dio denaro. Secondo me occorre guardare la storia, guardare dietro di noi. Ci sono sempre state generazioni che sono state meglio ed altre che sono nate negli anni sbagliati.

I ragazzi protestano, ma si rendono conto che tutta la loro protesta è basata su supporti mediatici come lo smartphone che contiene componenti importati dall’Africa sfruttando quella popolazione, magari ragazzi come loro.

Non si rendono conto dove vivono, come vivono. Rinuncerebbero a quello che possiedono ed al loro stile di vita?

Anche i vestiti sono prodotti nel Sud Est Asiatico …quindi di cosa stiamo parlando?

Relativamente all’attuale comunicazione centrata sui giovani (clima) penso che i giovani siano manipolati. Sono più giovani di me, liceali, sui 15/16. Quell’ età adolescenziale nella quale ci si forma, in crescita anche fisica. Non hanno ancora idee proprie, ma sono acquisite da altri. Questi giovani si esprimono su temi e nei modi già visti in altri contesti, su modelli. Hanno modelli di riferimento trovati sui social, sulle serie tv, app, game. »

Sorrido perché detto da una giovane tutto questo ha decisamente più valore e ribatto: «Ma tu di cosa hai paura? »

Jarka si prende un momento per pensare e poi:

«La paura più grande di un giovane è l’incertezza del domani.

Questa in me si è trasformata in una sfida. Talvolta la paura fortifica, fa diventare più coraggiosi.

La scuola negli ultimi tempi è diventata un luogo per somministrare titoli, fin dal liceo la scelta cade su quel corso che dà più sbocchi lavorativi. Partire da sé stessi e tirar fuori i tuoi talenti è difficile perché la scuola non aiuta a scoprire la propria vocazione, perché si tende anche a sottovalutare le persone creative.

Si sbaglia facendo così.

Il problema è dedicarsi ad un lungo percorso di studi e poi trovare solo dei lavoretti sotto pagati per poter in qualche modo vivere.

Questa è una grande delusione.

Ma è il sistema che non crea più queste opportunità oppure ci fissiamo su alcune tradizionali e non ne vediamo e consideriamo altre?

Certamente ci sono dei lavori che sono caduti in disuso.

L’uomo sarà finalmente libero quando non dovrà pensare a come soddisfare i propri bisogni. Il lavoro serve per pagare le bollette, per mangiare etc… ed i giovani si scontrano con questo “ devo lavorare per fare una cosa che mi permette solo di soddisfare i bisogni primari dell’esistenza e basta, pertanto sopravvivere”.

Poi vedono altri modelli, persone che guadagno milioni di euro che svolgono lavori non “tradizionali”, non sembrano nemmeno dei lavori. Vivono liberi e spensierati, almeno sembra così.

La mia aspirazione è l’indipendenza economica, per non badare esclusivamente alla mera sopravvivenza, non sento per adesso una vocazione o un mestiere preciso e non voglio vivere in città, la città è un luogo di opportunità e scoperta da cui attingere sino ai trenta anni, poi voglio vivere in campagna. Mi immagino una casa immersa nel verde, fare possibilmente un lavoro che abbia a che fare con le persone e voglio una mia famiglia.

In fondo è un desiderio semplice.»

Dunque, se ho ben capito Jarka per adesso abita in città, in una casa tutta sua, studia Giurisprudenza perché è un percorso di studi umanistici che investe tutti gli aspetti della vita, ma non sa ancora cosa fare da grande o che cosa sa veramente fare. Sa comunque che non le piace la città e che la sfrutta per le opportunità che le fornisce adesso. Il suo sogno è di vivere in campagna a contatto con la natura, facendo un lavoro agricolo. Vorrebbe una famiglia diciamo “normale”, ma si sceglie sempre fidanzati che abitano lontano da lei, con i quali si vede poco.

Bé un bel miscuglio direi, quando si ha le idee chiare!

«Adesso svolgi qualche lavoretto per poterti permettere di vivere sola?»

«Ho trovato un lavoro moderno, nelle reti. Mi sono associata ad una rete di distribuzione di beni di largo consumo. L’idea è quella di spostare un consumo passivo su una rete dedicata. Diciamo che si fa concorrenza ai grandi supermercati.

Qui è il rapporto umano quello che conta.

Inoltre fotografo oggetti di antiquariato presso un negozio e mi occupo di postarli in una vetrina digitale per la vendita.

Come vedi dalla Rete non si può più tornare indietro!»

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